Slovenia, tutto secondo le attese
Tuesday, 16 April, 2013
La premier slovena
Alenka
Bratusek ha dichiarato che il suo governo necessita di più
tempo per consolidare le finanze pubbliche, e che il piano di rientro
stilato dal precedente esecutivo sarebbe semplicemente “ridicolo”.
Nel frattempo, l’asta di titoli di stato della settimana scorsa è
riuscita a collocare solo la metà dell’importo previsto, ed il
piano di riacquisto della emissione a diciotto mesi in scadenza il
prossimo 6 giugno (quella che potrebbe costringere il paese alla
capitolazione ed a chiedere assistenza sovranazionale) ha una elevata
probabilità di fallimento. Finirà tutto come sappiamo.
Quest’anno il rapporto
deficit-Pil sloveno, secondo stime della Commissione europea,
dovrebbe toccare il 5,1 per cento, dopo aver chiuso il 2012 al 3,7
per cento. Per rientrare, il governo della Bratusek
pianifica un aumento Iva, che di suo è notoriamente il modo migliore
per affondare un’economia già boccheggiante, e soprattutto delle
fantomatiche privatizzazioni, altro cavallo di battaglia dello stato
di negazione che caratterizza i governi di fronte all’avanzare del
disastro.
Il problema resta quello: come si privatizza in un paese
che si sta inabissando? Peraltro, il governo sloveno ha già
stilato una lista di “gioielli” definiti strategici, come energia
e porti, che non possono comunque essere ceduti ai privati, mentre
per le banche (che sono il bubbone che sta per esplodere), l’idea è
comunque quella di mantenere delle quote di minoranza pubblica di
blocco del 25 per cento. Pare quindi che non ci sia la fila per
comprare queste eccellenze, che hanno altissimi livelli di sofferenze
(circa il 30 per cento per le grandi banche di stato), frutto di
politiche di concessione di credito piuttosto allegre al settore
delle costruzioni (la prima bolla che si crea e che scoppia in un
paese) ed ai
leveraged buyout, cioè alle privatizzazioni di
imprese pubbliche, cedute con enorme ricorso al debito al management
ed alla classe di piccoli oligarchi che “dirige” il paese.
Morale: le banche non riescono più a sottoscrivere il
debito pubblico e sono assediate dalle sofferenze, che le spingono al
dissesto ed al blocco degli impieghi, che a sua volta schianta
l’economia. Ciò fa crollare il gettito d’imposta ed
aumentare la spesa pubblica, per l’operare di stabilizzatori
automatici quali i sussidi di disoccupazione. Il deficit si allarga,
il governo decide di chiuderlo sopprimendo gli stabilizzatori
automatici (ad esempio, ridimensionando importi e condizioni di
eligibilità dei beneficiari), oppure aumentando le imposte, dirette
ed indirette. Ciò causa un peggioramento della congiuntura, che si
scarica in un aumento delle sofferenze bancarie.
Il paese dovrà ristrutturare il proprio settore
creditizio attraverso chiusure ed accorpamenti di istituti,
come chiesto anche dall’Ocse
nell’ultimo
report sulla Slovenia, pubblicato lo scorso 9 aprile. Per
giungere alla ristrutturazione del settore creditizio servirà,
secondo l’organizzazione internazionale, che gli obbligazionisti
subordinati ed i detentori di debito ibrido intaschino la perdita.
Giunti a questo punto, è piuttosto probabile che si scopra che i
buchi sono maggiori del previsto, e che quindi anche gli
obbligazionisti senior ed i depositanti non assicurati (ce ne saranno
ancora, da qui a giugno?) subiscano l’
haircut. Perché “la
Slovenia non è Cipro”, ma il
template pare sarà quello.
Vista l’aria che tira in Germania, dove la
povertà avanza (ma anche
no), è altamente probabile che il paese finisca col sopportare
il peso maggiore del “salvataggio” del sistema creditizio.
Ma una cosa dovrebbe essere chiara: qui l’euro non c’entra
praticamente nulla, visto che il problema è di pessima
governance
ed eccessiva assunzione di rischio da parte delle banche.